1° Memorial Coach Gianfranco Gatto

Parlare di Gianfranco Gatto a chi non lo ha mai conosciuto, appare complesso e difficile: questo buffo uomo, che ti guardava con i suoi occhi da dietro gli occhiali tondi, che ti spronava e ti sosteneva, che era capace di passare dalla massima serietà alla massima ilarità, non può essere descritto con le semplici parole, ma solo ricordato.
Trasferire la sua essenza, il suo spirito, la serietà, la capacità tecnica, la goliardia, i 40 anni trascorsi insieme, con le parole non riesce.
Passare ad essere, dal tuo coach, prima di tutto, a maestro di Vita, un secondo padre per molti, un amico e un confidente per altri, deve essere solo immaginato da chi non ha avuto la gioia e il piacere di frequentarlo, conoscerlo, amarlo.

Lo “strano” signore con i baffi, detto Gianfri, vedeva il mondo a modo proprio e aveva deciso di cambiarlo: sì, cambiarlo, insegnando ai suoi figli, tutti Noi, come affrontare qualsiasi partita, in campo e nella vita, sempre con il massino impegno di scendere in campo e provare a vincere, senza mai arrendersi, senza mai essere domo!
Tanti aneddoti, tanti pensieri tanti idee, tante qualità ammirate, tanto potrebbe essere descritto, ma sicuramente la qualità maggiore che tutti abbiamo appreso da lui è la perseveranza, la dote di non mollare mai, giocare fino all’ultimo decimo di secondo, essere sempre lì, sul pezzo, sulla palla, sulla contesa, sul rimbalzo, sul tiro.

I nostri ricordi sono le migliori parole per tenere accanto a Noi la memoria, le emozioni, le idee, e sì, i suoi insegnamenti, che andavano oltre il normale “gioco del Basket”.

Penso e ritengo che ognuno abbia diritto a tenerlo con sé come meglio crede e come meglio ritiene, ma un elemento comune a tutti noi era il suo “strano” modo di guardarci da dietro gli occhiali e fin da piccoli, fin dai primi passi mossi sul campo di allenamento, farci sentire subito grandi, importanti, responsabili, così come Lui lo era con e per Noi, portandoci ovunque e comunque ritenesse essere bello, intenso ed importante.

Non mi dilungo oltre, ma per raccontarvi chi era e cosa era, cosa trasmetteva e insegnava ai propri giocatori, uno dei migliaia di ricordi:
1985 (credo) o giù di lì, campo di Villa Flaminia, all’aperto, in asfalto, marzo, freddo, partita pomeridiana: in squadra c’erano a stento 9 persone, tra cui due “piccoli, di età”.
Il basket era ancora uno sport strano, quello degli americani, mica il calcio….
Per gli schemi, la lavagna era un lusso: l’altro coach, Marco Pedacchia, usava i fiori e le foglie del giardino per spiegarci cosa fare; eravamo un punto sotto, 15 secondi alla fine, partita tirata e disperata come tutte le Nostre Partite, un tiro libero per gli avversari. Gatto, decide un cambio: lo schema che tutti si aspettavano era rimbalzo o rimessa e passaggio per un tiro disperato come tutta la partita: lì la genialità di Gianfri, interviene e dice: “qualsiasi cosa, mi dice, rimetti tu, passaggio lungo baseball e la palla deve arrivare a Costantino, voglio un blocco con terzo tempo e tiro da sotto… non se lo aspettano, Genny (il nostro tiratore) sarà marcato almeno da due persone…”.
Ecco, questo era lui, rendere semplice il difficile, spiegare a Noi, ragazzini quindicenni e sedicenni cose altresì non comprensibili, e soprattutto farcele fare.
Potrebbe apparire scontato, ma ciò che accadeva era magico: tutti facevano ciò che dovevano, tutti lo ascoltavano.